La possibilità di usare la musica come linguaggio finalizzato al benessere dell’uomo ha avuto percorsi diversi in diversi momenti storici e diverse culture, ma sicuramente è nata sempre da una base autoesperenziale che ha permesso, con modalità empiriche, di verificare su se stessi i potenziali che la musica può determinare sull’unità psico-corporea.

Da tale base nasce e si sviluppa l’idea di un corpo disciplinare che, arricchitosi di elementi metodologici e applicativi, è stato definito, a partire dal dopoguerra, “musicoterapia”: in altri termini, trattasi non tanto del potenziale terapeutico intrinseco alla musica e alle sue componenti, ma dell’uso che di tali potenziali se ne può fare in contesti diversificati, di malessere sociale, come di problematiche legate a diagnosi cliniche.

L’obiettivo macroscopico della musicoterapia è aprire un canale di comunicazione “alternativo” poiché il linguaggio musicale, rispetto a quello verbale, essendo svincolato da schemi di ordine sovrastrutturale (organizzazione sintattica, grammaticale e logica della parola-frase) permette l’espressione immediata ed incisiva di un bisogno.

La musicoterapia interviene, pertanto, sul piano cognitivo, così come su quello relazionale ed affettivo.

Nel vasto panorama della musicoterapia si possono individuare due fondamentali ambiti d’intervento: preventivo e psico-pedagogico, e terapeutico.

A livello preventivo e psico-pedagogico, l’espressione sonora può favorire la socializzazione e l’integrazione tra i membri di un gruppo, agevolare un percorso di conoscenza e di crescita personale, facilitare lo sviluppo di una soggettiva creatività permettendo di dare forma a modalità espressive comunicabili e socializzabili.

A livello terapeutico-riabilitativo, la musicoterapia si prefigge di riattivare e potenziare settori deficitari, funzioni non evolute o regredite, per favorire un migliore adattamento all’ambiente e una migliore integrazione sul piano intra ed inter personale.